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«Questo fratello Francesco...»

Una visita ai santuari francescani Fonte Colombo e Greccio.


La grotta di Fonte Colombo

Durante una visita domenicale ai luoghi dove dimorò il santo di Assisi, ci siamo lasciati guidare da alcuni testi delle Fonti francescane.


A Fonte Colombo dove san Francesco ricevette la regola:

Dimorava Francesco sopra un monte assieme a frate Leone d'Assisi e Bonizo da Bologna per comporre la Regola, giacché era andato smarrito il testo della prima, dettatogli da Cristo. Numerosi ministri si recarono da frate Elia, vicario di Francesco, e gli dissero: «Abbiamo sentito che questo fratello Francesco sta facendo una nuova Regola, e temiamo non la renda così dura da riuscire inosservabile. Noi vogliamo che tu vada da lui e gli riferisca che ci rifiutiamo di assoggettarci a tale Regola. Se la scriva per sé, e non per noi». Frate Elia osservò che non aveva coraggio di andarci, per paura dei rimproveri di Francesco. Ma siccome quelli insistevano, ribatté che non intendeva recarsi là senza di loro. Così partirono tutti insieme. Quando frate Elia, accompagnato dai ministri fu giunto a Fonte Colombo, chiamò il Santo. Francesco uscì e vedendo i ministri chiese: «Cosa vogliono questi fratelli?». Rispose Elia: «Sono dei ministri. Venuti a sapere che stai facendo una nuova Regola e temendo non sia troppo aspra, dicono e protestano che non intendono esservi obbligati. Scrivila per te, e non per loro».
Francesco levò la faccia al cielo e parlò a Cristo: «Signore, non lo dicevo che non ti avrebbero creduto?». E subito si udì nell'aria la voce di Cristo: «Francesco, nulla di tuo è nella Regola, ma ogni prescrizione che vi si contiene è mia. E voglio sia osservata alla lettera, alla lettera, alla lettera! senza commenti, senza commenti, senza commenti». Aggiunse: «So ben io quanto può la debolezza umana, e quanto può la mia grazia. Quelli dunque che non vogliono osservare la Regola, escano dall'Ordine!». Si volse allora Francesco a quei frati e disse: «Avete sentito? avete sentito? Volete che ve lo faccia ripetere?». E così i ministri se ne tornarono scornati e riconoscendosi in colpa. [Leggenda perugina, n.1672]


A Greccio dove san Francesco, proprio 800 anni fa, invitava al presepe vivente:

E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.
La grotta del presepe di Greccio
Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo chiamava “il Bambino di Betlemme”, e quel nome “Betlemme” lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole. Vi si manifestano con abbondanza i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia. [Celano - Vita prima, n. 469-470]


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